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Di Elena
Data di pubblicazione 27/07/2024

di Elena
Sono arrivata in Miraloop per un periodo di formazione con mille domande in testa sul mondo della produzione musicale — le domande di chi viene da fuori, quelle che gli addetti ai lavori danno per scontate e che invece per molti creativi restano senza risposta.
Ho chiesto a Gerolamo — che dirige gli studi Miraloop — di rispondermi. Quello che è nato è un dialogo su come funziona davvero il mestiere di fare musica oggi: tra social che distorcono la realtà, blocchi creativi, e l'arte di costruire un artista da zero.
Buona lettura. Per domande o curiosità: info@miraloop.com
Perché tanti artisti pensano che il successo musicale possa arrivare dal nulla?
Gerolamo: È un effetto diretto dei social, impensabile prima del 2006-2007. Esistono due distorsioni principali.
La prima riguarda il tempo. I social mostrano il risultato di un lavoro — non il lavoro. Quando un contenuto viene consumato in pochi secondi, la percezione inconscia è che anche realizzarlo abbia richiesto pochi secondi. Prendiamo "Ciao Michele" di Mediterraneo con Vale CMQ: c'è una storia di quarant'anni dietro. Vale CMQ ha fatto cinque sessioni in studio, di cui quattro di vocal coaching, solo per interpretare un brano scritto originariamente per voce maschile. Non l'ho mostrato sui social. Tu fai play, senti tre minuti di canzone, e pensi che lei abbia cantato. Fine.
C'è anche un dettaglio tecnico che amo di quel brano: a circa due minuti senti il ritorno in cuffia della cantante — un frammento registrato per caso, un errore tecnico che ho trasformato in elemento artistico. Per costruire quei due secondi ci ho lavorato un'ora. E ci vogliono vent'anni di esperienza solo per capire che si può fare.
La seconda distorsione riguarda le persone. Quando un contenuto viene pubblicato da un singolo account, la gente pensa che quella cosa l'abbia fatta una persona sola. "Ciao Michele" ha richiesto almeno dieci persone: chi scrive, chi produce, chi canta, il grafico, il promoter, l'addetto stampa. Su un progetto come Zucchero si muovono duecento persone — e tu vedi un nome, una pagina. L'inganno non è doloso: i social per natura mostrano solo ciò che viene pubblicato. Ma il risultato è una percezione completamente distorta di quanto lavoro, e quante persone, ci vogliano dietro a qualsiasi cosa.
Come si presenta di solito un artista alla prima consulenza?
Gerolamo: Il trend sta migliorando. Sempre più spesso arrivano persone che sanno già cosa vogliono: "Voglio la produzione di almeno quattro singoli all'anno", oppure "Voglio lanciare un nuovo progetto con un album e promozione radiofonica". Questo è un segnale molto positivo.
Quanto deve essere coinvolto l'artista nel processo creativo?
Gerolamo: Dipende dal punto di partenza. C'è chi arriva con un'identità artistica già definita e ha bisogno solo di rifinitura tecnica — mix, master, arrangiamento. E c'è chi arriva con un'emozione, una direzione vaga, e ha bisogno che intorno ci costruiamo tutto: testo, melodia, produzione, immagine.
La parte più complessa del mio lavoro si sta spostando sempre di più verso la relazione umana. Un tempo in studio arrivavano i fenomeni, e il lavoro era "fare clic". Oggi arrivano ragazzi con idee geniali che stanno ancora imparando a cantarle al meglio. Aiutarli a far emergere quella cosa — e combinarla con la strategia discografica — è sempre più centrale nel lavoro del produttore.
Come si gestisce un blocco creativo?
Gerolamo: È una cosa naturale, capita a tutti. Il vero problema non è il blocco: è la paura di dichiararlo.
Spesso un artista arriva con un pezzo abbozzato — una strofa bellissima, un ritornello che funziona — e si blocca lì. Ha tutto ciò che serve per finirlo, ma non lo dice. Sta otto, dieci mesi con quel pezzo nel cassetto, paralizzato, anche mentre si sta già rivolgendo a professionisti che fanno esattamente questo di mestiere.
Noi abbiamo autori in grado di completare una strofa nello stile esatto di quell'artista. Abbiamo compositori che arrangiano ciò che da soli non riuscite a concludere. L'unica cosa che serve è dirlo: "ho una bozza, ho bisogno di aiuto per finirla". È come avere la caldaia rotta e non dirlo al tecnico — rimani al freddo per non fare una figuraccia.
Il blocco creativo, se sei un vero artista, arriva. E il lavoro del produttore è aiutarti a superarlo, che sia un problema psicologico, artistico o puramente tecnico.
Gli artisti si bloccano davanti al microfono?
Gerolamo: Tendenzialmente no, perché ci lavoriamo prima che accada.
Il problema più comune è diverso: un'identità vocale ancora non definita. Non sapere come far emergere la parte più bella ed emotiva di sé attraverso la voce. Quello si risolve prima di registrare — con il vocal coaching, con la costruzione dell'identità.
C'è poi il rischio opposto: l'artista che in studio vuole strafare. Vuole essere perfetto, e questo lo irrigidisce. Invece in studio si deve registrare esattamente come si registra a casa — con il vantaggio di avere una produzione professionale intorno.
Qual è la difficoltà principale nella produzione?
Gerolamo: Creare il suono da zero. E farlo ogni volta in modo diverso, su misura per quell'artista.
Ho avuto all'inizio quello che pensavo fosse uno svantaggio: non sono mai diventato famoso in un genere specifico, e ho lavorato su tutto. Ogni genere musicale ha i suoi segreti — un tocco, una scelta di mix, dei dettagli che capisci solo facendoli. Avere esplorato tutto mi ha permesso di capire cosa mettere, e cosa non mettere, di un genere in un altro.
Oggi in Miraloop questo si traduce nel lavoro che preferiamo: il vestito su misura. Non prendiamo un artista e lo inseriamo in uno schema preesistente. Partiamo dall'artista e costruiamo qualcosa che non esiste ancora.
Un esempio recente: "Dark Lullaby", dove abbiamo usato una voce di estrazione soul per cantare una ballad di matrice rock fantasy, con un drop trap su un arrangiamento cinematografico. Se te lo descrivo così sembra impossibile. Invece funziona — perché è costruito intorno a quella specifica voce, non a uno standard.
Come si mantiene la fama nel tempo?
Gerolamo: Dipende molto da dove viene conquistata.
Nel mondo anglosassone la fama è relativamente facile da ottenere ma quasi impossibile da mantenere. Il riscontro arriva veloce — e svanisce altrettanto in fretta. L'unico modo di tenerla è correre alla stessa velocità con cui l'hai raggiunta, e sperare.
Nei mercati latini — italiano e francese in particolare — funziona al contrario: è difficilissimo costruirla, ma una volta raggiunta si mantiene da sola, purché tu non faccia errori gravi. Sono mercati più lenti, più legati alla profondità artistica, meno soggetti alla volatilità virale.
Un consiglio finale?
Gerolamo: Pensate a lungo termine. Lavorate con più professionisti possibili. Evitate di fare tutto da soli. E focalizzatevi sull'idea artistica.
C'è una ragione linguistica esatta per cui il successo non arriva per colpo di dita: "successo" è il participio passato di "succedere" — esattamente come "corso" lo è di "correre". Vuol dire che hai fatto accadere delle cose. Non che ti sono cadute in testa.
Il modo per far accadere le cose è costruire. Mattone dopo mattone, senza fermarsi, giocando di squadra. Il successo può essere mainstream o di nicchia — non cambia il metodo. Cambia solo la scala.
Se stai lavorando a un progetto musicale — o stai pensando di iniziarne uno — Miraloop è il posto dove queste cose si costruiscono davvero. Scrivici: info@miraloop.com